DOCUMENTI

a cura di Paolo Deotto

- La campagna contro Pio XII nasce dal KGB
- La prova vivente della rete clandestina di aiuti agli Ebrei di Pio XII

- Marcia indietro del settimanale francese “Marianne” sui suoi attacchi a Pio XII

- Alcuni estratti dal libro "Hitler mi ha detto: conversazioni con il Führer"


- Le presunte "rivelazioni" di due (presunti) storici sbugiardate dagli storici seri


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La campagna contro Pio XII nasce dal KGB


di Piero Gheddo

ROMA. Su ZENIT del 20 novembre ho già scritto del volume di Michael Hasemann “Pio XII. Il Papa che si oppose a Hitler” (Paoline, Milano 2009, pagg. 336), riportando parecchi fatti storicamente documentati che dimostrano come Pio XII sia stato veramente “il Papa che si oppose ad Hitler”.

Il Relatore della sua Causa di Beatificazione, il gesuita padre Peter Gumpel, scrive nella Prefazione che, “mentre il nostro immane lavoro di ricerca e studio procedeva, i miei collaboratori e io ci siamo convinti sempre più che nei riguardi di Pio XII era stata creata una vera e propria “leggenda nera””. Cioè un’immagine “politicamente corretta”, ma storicamente del tutto falsa del grande Papa, che avrebbe favorito l’ascesa al potere di Hitler e poi taciuto di fronte alla Shoa.

Ci chiediamo come è stato possibile, a circa 18 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, capovolgere radicalmente l’immagine di un Papa che le massime autorità ed esponenti del mondo ebraico avevano fino a quel momento ringraziato ed esaltato per l’importante contributo che aveva dato, lui e la Chiesa cattolica da lui mobilitata, alla salvezza di centinaia di migliaia di ebrei dai campi di stermini nazisti.

Hasemann, che ha studiato bene la questione, afferma e documenta che tutto è nato per le trame del KGB sovietico. Impossibile ridurre in una pagina i passaggi che il volume di Hasemann racconta e pubblicati negli ultimi anni negli Stati Uniti, senza suscitare alcuna reazione nella stampa internazionale. Ormai la campagna contro Pio XII non interessa più o interessa molto meno e l’immagine negativa del Pontefice “politicamente corretta” è entrata in molta parte dell’opinione pubblica.

Tutto nasce da Ion Mihail Pacepa, generale della “Securitate”, i servizi segreti (sezione esteri) del dittatore rumeno Ceausescu, espatriato all’inizio degli anni ottanta, al quale il Presidente americano Carter concesse il diritto d’asilo e la nazionalità americana, che collabora con la CIA e si segnala per il suo “contributo importante, anzi unico, al servizio degli Stati Uniti d’America”.

Pacepa rivela che all’inizio degli anni Sessanta era stato incaricato “di contribuire a una campagna diffamatoria contro Pio XII, che il KGB stava montando su ordine di Krushev in persona… Lo scopo era di minare l’autorità della Santa Sede nell’Europa occidentale, mostrandola come un bastione del Nazismo”.

Il KGB si rivolse ai servizi segreti della Romania, paese in contatto con la Santa Sede (per un ipotetico scambio di rapporti diplomatici, mai realizzato) e con la possibilità di inviare studiosi negli Archivi vaticani. Così tra il 1960 e il 1962 tre “sacerdoti” (agenti del Die, servizi segreti rumeni) frequentano gli Archivi Vaticani, fotografando di nascosto molti documenti del Pontificato di Pio XII e dei rapporti tra Santa Sede e governo hitleriano nell’anno (1933) in cui venne firmato il Concordato fra Germania e Vaticano, sul modello di quello firmato da Mussolini per l’Italia nel 1929 (allora il card. Pacelli era Segretario di Stato di Pio XI).

Nei documenti fotografati, scrive Hasemann, non c’era nulla di compromettente, ma le migliaia di foto di testi originali permisero ai tecnici del KGB di manipolare dei falsi che servirono alla stesura dell’opera teatrale “Il Vicario”. Nel 1963 questa viene pubblicata in Germania da uno sconosciuto giovane tedesco Rolf Hochhuth (che mai aveva frequentato gli Archivi vaticani) e ha un successo immediato e internazionale, anche perché accompagnata da alcune pagine di “illuminanti documenti storici” che, secondo Hasemann, erano falsi del KGB.

Nasce la campagna contro Pio XII, naturalmente sostenuta dai Partiti comunisti dell’Occidente e dalla stampa fiancheggiatrice. Qualsiasi smentita circa la falsità delle tesi sostenute non trova spazio nella stampa internazionale, quando già nel marzo 1963 il governo della Repubblica Federale tedesca aveva preso le distanze da “Il Vicario”, con questo comunicato (pag. 323):

Il Governo Federale si rammarica che siano state mosse accuse contro Papa Pio XII. Il defunto Pontefice aveva levato in diverse occasioni la voce contro le persecuzioni razziali del Terzo Reich e liberato quanti più ebrei possibile dalle mani dei persecutori. Il Governo Federale è e rimane grato a Pio XII per essere stato fra i primi, subito dopo il crollo del regime nazista, ad adoperarsi per una riconciliazione interna alla Germania e tra la Germania e le altre nazioni. Questo rende tanto più incomprensibile e deplorevole una denigrazione della sua memoria proprio da parte tedesca”.

Michael Hasemann cita l’ex-generale rumeno che oggi “spera che vengano aperti gli Archivi del KGB e venga alla luce l’intera procedura con cui i comunisti sono riusciti a screditare uno dei più importanti Papi del secolo XX”.

E ricorda il discorso di Pio XII del 20 febbraio 1949 in Piazza San Pietro: “Esso (il comunismo) vorrebbe una Chiesa che tace quando dovrebbe parlare; una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla; una Chiesa che si distacca dal fondamento sul quale Cristo l’ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa… E’ questa la Chiesa che voi venerate e amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginare un successore del primo Pietro che si pieghi a simili esigenze?”.

“Dalla massa dei fedeli si innalzò una sola risposta – continua Hasemann – 'Nooo!'. Allora, quale modo migliore di incrinare la fiducia in quel paladino della giustizia, che accusarlo di aver assunto nei confronti del più spaventoso massacro della storia , l’atteggiamento che lui stesso esecrava: tacere?”.


Fonte: ZENIT - agenzia di notizie


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Intervista a don Giancarlo Centioni, uno dei membri della rete clandestina di aiuti agli ebrei di Pio XII


di Jesús Colina


ROMA, giovedì, 14 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Alcuni settori dell'opinione pubblica hanno chiesto nelle ultime settimane prove concrete degli aiuti offerti da Pio XII agli ebrei durante la persecuzione nazista. Il sacerdote italiano Giancarlo Centioni, di 97 anni, è la prova vivente, perché è l'ultimo membro in vita della rete clandestina creata da Papa Pacelli.

Dal 1940 al 1945 è stato Cappellano militare a Roma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e ha vissuto in una casa di sacerdoti tedeschi della Società dell'Apostolato Cattolico - Padri Pallottini -, che l'hanno coinvolto nella rete di salvataggio.

“Siccome ero Cappellano fascista, era più facile aiutare gli ebrei”, ha dichiarato spiegando i motivi per i quali venne scelto per partecipare a questa rischiosa operazione.

“I miei colleghi sacerdoti pallottini, venuti da Amburgo, avevano fondato una società che si chiamava 'Raphael's Verein' (società di San Raffaele), che era stata istituita per l'aiuto agli ebrei”, ha rivelato.

Uno degli obiettivi della rete consisteva nel permettere la fuga dalla Germania, attraverso l'Italia, verso la Svizzera o Lisbona (Portogallo), motivo per il quale la rete contava su alcuni uomini in ciascuno di questi quattro Paesi. Con il tempo, ne fecero parte anche alcuni ebrei.

In Germania, ricorda don Centioni, la società era guidata da padre Josef Kentenich, conosciuto in tutto il mondo come il fondatore del Movimento apostolico di Schönstatt. Questo sacerdote pallottino venne poi fatto prigionero e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau fino alla fine della guerra.

“A Roma, in Via Pettinari 57, il capo di tutta questa attività era padre (Anton) Weber, il quale aveva un contatto diretto con Pio XII e la Segreteria”, ha spiegato il sacerdote.

Una delle principali attività della rete consisteva nel consegnare passaporti e soldi alle famiglie ebree perché potessero fuggire.

“Il denaro e i passaporti venivano dati da padre Anton Weber e venivano consegnati alle persone. Però lui li otteneva direttamente [nel video dell'intervista si può constatare come il sacerdote sottolinei la parola 'direttamente'] dalla Segretaria di Stato di Sua Santità, per nome e conto di Pio XII”.

“Con me hanno aiutato almeno 12 sacerdoti tedeschi a Roma”, prosegue il sacerdote, spiegando che la rete ricevette un aiuto decisivo anche da parte della Polizia italiana, in particolare dal vicequestore di Mussolini, Romeo Ferrara, che lo informava sul luogo in cui si trovavano le famiglie ebree alle quali doveva portare i passaporti, “anche di notte”.

Tra coloro che padre Centioni aiutò a Roma c'è ad esempio la famiglia Bettoja, ebrea, proprietaria di alcuni alberghi della città.

Il poliziotto lo mandò di notte a casa loro vestito da Cappellano militare italiano, perché i soldati tedeschi non lo arrestassero.

Il sacedote ricorda nitidamente la paura e la difficoltà dell'operazione, data anche la diffidenza della famiglia che doveva aiutare.

“Ho bussato, ma non volevano aprire. Alla fine dico: 'Guardi, io sono un sacerdote, un Cappellano, vengo per aiutarvi, per portarvi un lasciapassare'”.

“'Lo giuri', ha risposto una voce dall'altra parte della porta. 'Lo giuro, eccomi qua, mi potete vedere attraverso l'occhiolino'”.

Il sacerdote venne ricevuto dalla signora Bettoja con i bambini.

“Ho detto: 'Prima delle 7 andate via di casa con la vostra macchina, perché alla 7 dalla frontiera del Lazio potete andare a Genova'. Fuggirono e si salvarono. E' una delle tante famiglie”.

Gli interventi della rete iniziarono già prima dell'invasione tedesca in Italia, ha ricordato padre Centioni, e durarono, “almeno per quanto ne so io, anche dopo il '45, perché i rapporti di padre Weber con il Vaticano e gli ebrei erano molto vivi”.

“Tanta brava gente”, dice, pensando soprattutto alle famiglie ebree.

“Tra quelli che ci hanno poi aiutato ci sono stati due ebrei che abbiamo nascosto: un letterato, (Melchiorre) Gioia, e un grande musicista compositore di Vienna del tempo, che scriveva le canzoni e faceva le operette, Erwin Frimm”.

Il sacerdote li nascose in alcune case di Roma, soprattutto nella sua residenza religiosa di Via Pettinari 57.

“E loro ci hanno aiutato molto dando indicazioni precise”, ha riconosciuto. A volte questo lavoro comportava il rischio della propria vita, come il sacerdote ha potuto ben presto verificare.

“Ho aiutato Ivan Basilius, una spia russa, che io non sapevo fosse russo o spia; era ebreo. Purtroppo le SS lo arrestarono e nel taccuino c'era il mio nome. Allora, apriti cielo! Mi chiamò la Santa Sede, Sua Eccellenza Hudal [alto e influente prelato tedesco a Roma], e mi disse: 'Venga qua, perché vengono le SS ad arrestarla'. 'E che ho fatto?', chiesi. 'Lei ha aiutato una spia russa'. 'Io? Che ne so? Chi è?'. Allora sono fuggito”.

Don Centioni, come Cappellano, conobbe l'ufficiale tedesco Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma e autore dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui furono assassinati 335 italiani, tra cui molti civili ed ebrei.

“Durante il periodo tedesco, dopo che a marzo fecero la carneficina [alle Fosse Ardeatine], dissi a Kappler, che vedevo spesso: 'Perché non ha chiamato i Cappellani militari alle Fosse Ardeatine?'. 'Perché li avrei eliminati e avrei eliminato anche lei'”, rispose l'ufficiale nazista.

Don Centioni assicura che le centinaia di persone che ha potuto aiutare erano a conoscenza di chi c'era dietro tutto questo, per questo motivo insiste: “Li aiutava Pio XII, attraverso noi sacerdoti, attraverso la 'Raphael's Verein'”.

L'intervista è stata concessa a ZENIT e all'agenzia multimediale www.h2onews.org, che l'ha pubblicata questo giovedì.

Il caso di don Centioni è stato scoperto e analizzato, comparando altre testimonianze, dalla Pave the Way Foundation (http://www.ptwf.org), creata dall'ebreo di New York Gary Krupp.

Di questa intervista ha potuto dare fede l'avvocato italiano Daniele Costi, presidente della Fondazione in Italia.

Il racconto trova riscontro documentale nella decorazione concessa dal Governo polacco in esilio a don Centioni (croce d'oro con due spade, “per la nostra e la vostra libertà”).

Il sacerdote cita inoltre le manifestazioni di gratitudine che ha ricevuto da parte di alcuni degli ebrei aitutati: i signori Zoe e Andrea Maroni, il professor Melchiorre Gioia, il professor Aroldo Di Tivoli, le famiglie Tagliacozzo e Ghiron, i cui figli poterono salvarsi, raggiungendo gli USA, con passaporti di fortuna procurati loro tramite il Vaticano.

Fonte: ZENIT - agenzia di notizie


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Marcia indietro del settimanale francese “Marianne” sui suoi attacchi a Pio XII
Pubblica l'articolo: “Pio XII: e se 'Marianne' si fosse sbagliato?”

PARIGI, martedì, 19 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Dopo la pubblicazione di un articolo che evoca lo “scandalo della beatificazione di Pio XII”, il settimanale francese “Marianne” ha fatto marcia indietro sull'argomento.

“Il nostro articolo del 2 gennaio 'Il Papa che rimase in silenzio di fronte a Hitler', che ha affrontato il tema della possibile beatificazione di Pio XII, ha suscitato reazioni”, osserva la redazione di “Marianne”. “Anche tra i nostri cronisti abituali. Tra questi, Roland Hureaux considera che, di fronte all'Olocausto, Pio XII agì come un uomo responsabile anziché dare lezioni”.

Nell'articolo, diffuso l'11 gennaio, Hureaux ricorda che i “dirigenti della Chiesa cattolica si situano dalla parte dell'etica della responsabilità”. “Perché, contrariamente a ciò che possono far pensare alcuni, i buoni cristiani non sono adolescenti tardivi, e la Chiesa cattolica ha responsabilità effettive: quella, tra il 1939 e il 1945, di milioni di cattolici ma anche di centinaia di migliaia di ebrei rifugiati nelle sue istituzioni!”.

“E' estremamente immaturo pensare che il Papa potesse parlare indiscriminatamente senza preoccuparsi di questa responsabilità”, afferma.

Secondo il giornalista di “Marianne”, “nulla permette di dire che, in relazione a quella situazione, il Papa avrebbe potuto, essendo meno 'prudente', migliorare l'equilibrio tra bene e male”. “Serve una presunzione singolare da parte di coloro che non hanno vissuto le stesse circostanze né hanno mai esercitato analoghe responsabilità per presentare giudizi a questo proposito”.

“Come ha detto Serge Klarsfeld, alcune parole solenni durante la retata degli ebrei di Roma avrebbero 'sicuramente migliorato la reputazione attuale di Pio XII'. Ma che criminale sarebbe stato se, per forgiare la propria immagine davanti alla storia o anche per preservare l'onore dell'istituzione, avesse sacrificato la vita di anche solo uno delle migliaia di bambini ebrei rifugiati nei giardini di Castel Gandolfo e in tanti conventi!”.

Roland Hureaux considera anche che bisognerebbe avere “una singolare ignoranza di quello che fu il regime nazista per immaginare che questo tipo di proclami avrebbero potuto commuoverlo”.

“Come si può dire che il Papa non abbia detto nulla contro il nazismo, quando fu lo sherpa della redazione, dall'inizio alla fine, dell'Enciclica Mit brennender Sorge (1937)?”, aggiunge.

Pio XII era “ossessionato dall'anticomunismo”. “Come sono leggere queste parole! Dimenticano che tra l'agosto 1939 e il giugno 1941 Hitler e Stalin furono alleati, si portò a termine un piano di sterminio dei sacerdoti e delle élites polacche e centinaia di migliaia di cattolici polacchi vennero assassinate. Ma non ci fu alcuna protesta memorabile”. “Perché? Non lo so”.

“Egli sapeva che, di fronte alla 'Bestia immonda', non sarebbe servito a nulla cercare di intenerire. Bisognava limitare in modo prioritario i danni senza alimentare la sua ira”.

“Di fatto – continua Roland Hureaux –, il vero mistero di Pio XII non è tanto il suo comportamento durante la guerra, ma la lettura che se ne è fatta 70 anni dopo. Com'è possibile che questo Papa, che era oggetto di elogi unanimi da parte del mondo ebraico (Ben Gurion, Golda Meir, Albert Einstein, Léo Kubowitski, segretario del Congresso Ebraico Mondiale, il Gran Rabbino di Roma, ecc.) e non era ebreo possa essere oggi così vilipendiato?”.

Fonte: ZENIT - agenzia di notizie


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Alcuni estratti dal libro "Hitler mi ha detto": conversazioni con il Führer



Un libro edito in Italia nel 1945. Riporta, annotati da Rauschning, scrittore e suo uomo di fiducia, i colloqui che il dittatore aveva con i suoi fedelissimi. Estirpare il cristianesimo dalla Germania faceva parte dei programmi del dittatore tedesco


"Le rivelazioni sui veri scopi di Hitler non avevano alcuna probabilità di essere prese in considerazione finché il nazionalsocialismo era ritenuto un movimento nazionalista esclusivamente tedesco, e che tendesse all'abolizione delle servitù imposte dal Trattato di Versailles. Soltanto oggi il mondo è maturo per conoscere quello che Hitler e i suoi seguaci sono in realtà: i cavalieri apocalittici di un nuovo caos universale... Ecco perché, se costui mai trionfasse, non solo le frontiere verrebbero mutate: nel contempo tutto ciò che per l'umanità ha un significato e un valore scomparirebbe. Ed è per ciò appunto che questa guerra hitleriana riguarda tutto il mondo senza esclusioni. Essa è ben altro che un conflitto europeo per contrasti politici. Oggi la bestia sorge dall'abisso e tutti, senza distinzione di nazionalità, i tedeschi quanto e più degli altri, dobbiamo coalizzarci per un solo e comune sforzo: richiudere l'abisso".
Con queste parole Hermann Rauschning conclude l'introduzione al suo libro "Hitler mi ha detto", pubblicato nel 1939 in inglese ed edito in Italia da Rizzoli alla fine di maggio 1945. Il libro riporta le conversazioni tenute da Hitler dal 1932 al 1934 con un ristretto gruppo di fedelissimi, del quale l'autore, presidente del Senato di Danzica (e quindi Capo del Governo della Città-Stato) faceva parte. Nel giugno del 1933 il partito nazista vince le elezioni a Danzica e Rauschning diviene presidente del Senato, carica equivalente a quella di capo del governo. Forte personalità, seriamente pensoso del futuro della Germania, è l'unico, nella ristretta corte dei fedelissimi di Hitler, che inizia a sviluppare una critica alla politica del Führer, col quale ben presto viene in contrasto, distaccandosi così anche dal gauleiter (funzionario nazista capo della circoscrizione politico - amministrativa) di Danzica, Albert Forster. Nel novembre 1934 Rauschning, definitivamente disilluso dal nazismo, si dimette dalla carica di Presidente del Senato di Danzica. Dominanti i nazisti, la sua posizione è ormai insostenibile e nel 1936 ripara in Svizzera, mentre il Senato di Danzica lo priva della cittadinanza. Nel 1938 pubblica "La rivoluzione del nichilismo" e nel 1939 "Hitler mi ha detto". Muore nel 1982 negli Stati Uniti, dove si era trasferito nel 1948, continuando la sua opera di pubblicista sulla politica tedesca.


Con la caduta dell'Impero britannico, Hitler sperava di far cessare la preminenza anglosassone nell'America del nord e di sostituirla con la cultura e la lingua tedesca, come passo preliminare all'incorporamento degli Stati uniti nel suo vasto Impero mondiale".
Ma neppure questo progetto, di una grandiosità che solo un folle poteva concepire (con un errore fondamentale, ossia la sottovalutazione degli Stati Uniti), era il progetto finale di Hitler.
Al popolo tedesco dominante si sarebbe dovuto sostituire col tempo l'uomo nuovo, che non doveva essere necessariamente tedesco. Era l'uomo nuovo che nasceva da una nuova morale, da un nuovo modo di concepire i rapporti umani e politici, era il dominatore che andava ad occupare il posto che la Natura gli aveva riservato, ad esercitare la sua naturale supremazia sui più deboli e sottomessi. La futura società sarebbe stata fondata sulla stabilizzazione e sulla legittimità della diseguaglianza, sulla legge della giungla riconosciuta come unica legge valida nei rapporti tra uomini e tra Nazioni.
Hitler insomma si poneva come Creatore, convinto di avere una missione, di essere depositario di una Verità che avrebbe diffuso e affermato nel mondo, con l'aiuto del popolo tedesco, al quale avrebbe assicurato la supremazia sul mondo, ma solo come trampolino di lancio per l'affermazione sul mondo della sua creatura, l'uomo nuovo.


In questa follia, la lotta antireligiosa diveniva inevitabile. Rauschning ci riporta le parole del Führer, da poco Cancelliere, in una serata tra amici, tra il solito nucleo di fedelissimi: "Le religioni? Tutte si equivalgono. Nessuna di esse ha più alcun avvenire. Per i tedeschi, almeno. Il fascismo può, se vuole, concludere la sua pace con la Chiesa. Anch'io lo farei. E perché no? Ciò non mi impedirà affatto di estirpare il cristianesimo dalla Germania... per il nostro popolo la religione è un argomento basilare. Tutto dipende dal sapere se esso rimarrà fedele alla religione ebreo - cristiana e alla morale schiava della pietà, oppure se avrà una nuova fede, forte, eroica, in un Dio immanente nella natura, in un Dio immanente nella nazione stessa, in un Dio inscindibile dal suo destino e dal suo sangue... non vogliamo uomini i quali sbircino verso l'aldilà. Vogliamo individui liberi, i quali conoscano e sentano che Dio è in essi".
……
"La volontà di potenza non è per noi una frase vuota: è il nostro sangue e la nostra vita. Noi viviamo, sì, noi viviamo, quindi lasciamo dormire gli altri!... Non riconosco alcuna legge morale in politica. La politica è un gioco che consente tutte le frodi... Se non si ha la volontà di essere crudeli, non si ottiene nulla. D'altronde, questa volontà manca ai nostri avversari solo perché sono troppo pusillanimi, non perché sono umani..."

Fonte: STORIA IN NETWORK

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Le presunte "rivelazioni" di due (presunti) storici sbugiardate dagli storici seri


Grave errore di due ricercatori rilancia false accuse contro Pio XII
Sbagliano la data di un documento e accusano il Papa di una cosa non accaduta

di Jesús Colina

ROMA, martedì, 2 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Un documento presentato come prova dell'indifferenza di Pio XII di fronte alla “razzia” degli ebrei di Roma contiene un gravissimo errore di datazione da parte dei ricercatori che lo hanno presentato: il testo era stato scritto prima di quei terribili fatti.

Contrariamente a quanto hanno affermato i due ricercatori che hanno diffuso le “rivelazioni”, non si tratta inoltre di un documento inedito: era già stato pubblicato nel 1964 ed era ampiamente noto agli storici.

Domenica scorsa, l'agenzia ANSA ha pubblicato una nota per presentare le rivelazioni di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino, che hanno ritrovato negli archivi britannici un documento che secondo loro era datato 19 ottobre 1943, cioè tre giorni dopo la razzia degli ebrei di Roma da parte dei nazisti.

Nel documento, l’incaricato di affari americano Harold Tittman riferiva al Governo USA del suo incontro con Papa Eugenio Pacelli, che “invece di indignarsi per la deportazione di oltre mille ebrei romani si mostra in forte ansia per ‘le bande comuniste che stazionano nei dintorni di Roma’”, secondo l'interpretazione del documento offerta dall'ANSA.

Come ha spiegato in un messaggio inviato a ZENIT il professor Ronald Rychlak, della University of Mississippi, autore di alcune ricerche su Pio XII, i ricercatori hanno commesso un gravissimo errore nella lettura della data.

“Il messaggio trascritto a Washington da Harold Tittmann è datato 19 ottobre, ma c'è un errore. I resoconti vaticani mostrano che l'incontro tra Tittmann e il Papa ebbe luogo il 14 ottobre”, afferma.

“'L'Osservatore Romano' del 15 ottobre 1943 riportava infatti in prima pagina che Tittmann era stato ricevuto dal Papa in un'udienza privata il 14 ottobre 1943”, mentre la razzia contro la Comunità ebraica avvenne il 16 ottobre.

“A quanto pare, un '14' è stato letto erroneamente come un '19'”, osserva Rychlak. “Il Papa non menzionava la retata degli ebrei perché non era ancora avvenuta!”.

“La sua preoccupazione era che un gruppo di comunisti commettesse un atto violento, e questo avrebbe portato a serie ripercussioni. Ovviamente, dimostrò di essere nel giusto la primavera seguente”, conclude il professore.

Un “inedito” pubblicato 46 anni fa

In queste rivelazioni figura un altro grave errore, dato che gli storici le hanno presentate come inedite all'ANSA. Il documento in realtà era già stato pubblicato nel 1964 ed è ampiamente conosciuto dagli storici. Si trova nella serie “Foreign Relations of United States” (FRUS), ed è inserito nel secondo dei volumi relativi al 1943, a p. 950.

Nel suo blog Andrea Tornielli, vaticanista de “Il Giornale”, ricorda che Casarrubea e Cereghino non sono nuovi a questo tipo di “rivelazioni”.

“Nell’ottobre 2008 – scrive Tornielli – spacciarono per inedito un documento per usarlo contro Pio XII (sempre rilanciato dall’ANSA) e furono costretti a scusarsi, come si può leggere sul sitovaticanfiles.splinder.com”.

Sulla questione si è espresso anche il prof. Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia delle relazioni tra Stato e Chiesa e di Storia dei trattati e politiche internazionali dell’Università di Urbino, che sulla pagina I segni dei tempi ha affermato che il documento citato da Casarrubea e Cereghino è noto anche in traduzione italiana, essendo stato pubblicato da Ennio Di Nolfo nel suo libro “Vaticano e Stati Uniti: dalle carte di Myron Taylor” (Milano 1978, ripubblicato nel 2003).

Il documento che i due ricercatori dicono “inedito”, ricorda, è stato presentato e discusso nelle biografie e in molti saggi su Pio XII, “libri che evidentemente Casarrubea e Cereghino non si sono dati la pena di leggere, continuando a spacciare come ‘nuove’ e ‘inedite’ cose che gli storici, quelli seri, conoscono e discutono da anni”.

Fonte: ZENIT - agenzia di notizie


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O LA CROCE O LA SVASTICA - LA CHIESA CONTRO IL NAZISMO


di Luciano Garibaldi


A chi mi chiede che cosa mi ha spinto a scrivere «O la Croce o la svastica», il libro stampato dalle edizioni Lindau, rispondo che nel mio archivio di giornalista di lungo corso avevo del materiale, anche inedito, che non poteva più restare tra le carte polverose. Un esempio per tutti: le confidenze che mi fece nel 1983, un anno prima di morire, il generale Karl Wolff, comandante in capo delle SS in Italia durante l’ultima fase della guerra, l’ufficiale che aveva avuto da Hitler l’ordine di rapire Pio XII e rinchiuderlo in una fortezza del Liechtenstein. Oppure le interviste che realizzai a suo tempo in Germania incontrando i maggiori superstiti dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 (l’Operazione Walkiria), allorché scoprii che la partecipazione degli ambienti cattolici alla congiura per uccidere il dittatore nazista era stata molto più intensa ed importante di quanto si potesse immaginare.

Tutto questo, collegato con le polemiche sull’atteggiamento di Papa Pacelli verso il nazismo, che non accennano a placarsi, mi ha posto nelle condizioni di fornire la mia testimonianza per mettere finalmente un punto sicuro sulla vicenda. E questo punto sicuro consiste nel fatto che la Chiesa cattolica fu la più eroica, la più determinata, la più intransigente comunità ad opporsi alle follie razziste e alla persecuzione antiebraica. Con il risultato di salvare – conti alla mano – non meno di un milione di ebrei in tutta Europa, e con un tragico conto da pagare al Terzo Reich, e consistente in non meno di 4000 religiosi immolatisi in nome della fede e della giustizia, e sterminati nei Lager nazisti.

Il primo religioso tedesco a finire in un Lager fu il gesuita Josef Spieker. In una predica a Colonia, nel 1934, aveva esclamato: «La Germania ha un solo Führer ed è Cristo!». E il primo ad essere eliminato dai nazisti fu monsignor Bernard Lichtenberg, arciprete della cattedrale di Berlino: aveva pregato assieme ad un gruppo di ebrei. Non fu che l’inizio di una sfida senza equivoci che si concluse con il sacrificio di quattromila sacerdoti e religiosi cattolici. Alla guida di questa eroica impresa, due grandi Pontefici: Pio XI e Pio XII. Ho l’ambizione di aver raccontato la vera storia dei rapporti tra la Chiesa e il Nazismo chiudendo definitivamente la disputa sui presunti silenzi di Pio XII, il Papa che Reinhard Heydrich – il promotore della «soluzione finale del problema ebraico» - in un rapporto segreto definì «schierato a favore degli ebrei, nemico mortale della Germania e complice delle potenze occidentali». Nel libro racconto anche i due enigmi che ancora avvolgono la vicenda di Claus Von Stauffenberg, l’ufficiale che il 20 luglio 1944 tentò di uccidere il Führer: se cioè sia vero che il colonnello, fervente cattolico, prima di collocare la bomba si confessò dal vescovo di Berlino, ne ottenne l’assoluzione e si comunicò; e se si possa affermare che il Vaticano fu preventivamente informato dell’Operazione Valchiria. Altri capitoli sono dedicati: alle donne tedesche che si batterono per la fede e la carità contro l’antisemitismo nazista; ai non pochi ebrei, anche famosi, scesi in campo in difesa di Pio XII, un Papa ingiustamente diffamato; ed anche, per una informazione completa ed obiettiva, ai sacerdoti e monsignori che si schierarono a fianco di Hitler.

Del resto, le vere intenzioni di Hitler nei confronti del cattolicesimo si manifestarono subito.

1 febbraio 1933: Hitler va al potere e s’impegna a «proteggere fermamente il cristianesimo». Poco dopo, seguendo l’esempio di Mussolini, firma il concordato conla Santa Sede. Ma ben presto rivela le sue vere intenzioni. Una serie di soprusi e violenze ai danni della Chiesa cattolica tedesca spinge Pio XI a promulgare l’enciclica «Mit brennender Sorge». L’assassinio del presidente dell’Azione Cattolica di Berlino segna l’inizio di un’autentica persecuzione: soppressione delle scuole cattoliche, chiusura della stampa confessionale, arresto dei suoi direttori, ondata di processi-farsa contro il clero. In Austria, dopo l’Anschluss, si arriva al saccheggio e all’incendio delle scuole cattoliche e del palazzo arcivescovile. Negli stessi anni, una persecuzione ancora peggiore, caratterizzata da un atroce spargimento di sangue, colpisce il clero cattolico nella Spagna repubblicana, dove l’esercito si è ribellato al governo filocomunista spalleggiato dalla Russia sovietica, dando inizio alla guerra civile.

In Germania, fu Clemens von Galen, futuro Beato, vescovo di Muenster, ad assumere un ruolo fondamentale nello schierarela Chiesa cattolica tedesca contro la dittatura nazista. Accanto a lui, il vescovo di Berlino, Konrad von Preysing, suo cugino primo. Furono essi a dare inizio ad una lotta senza quartiere, da parte delle organizzazioni cattoliche, contro Alfred Rosenberg e il suo «Mito del XX secolo», il razzismo. Il segretario di Stato vaticano, Eugenio Pacelli, già nunzio apostolico in Germania, inviò ben settanta note di protesta al governo di Hitler mentre i vescovi tedeschi, riuniti alla conferenza di Fulda, pronunciarono una condanna definitiva nei confronti del «neopaganesimo del sangue e della razza».

Del pari, parole inequivocabili di condanna del nazismo erano contenute nei due radiomessaggi pronunciati dal Pontefice in occasione del Natale del 1941 e del Natale 1942. Ma già nel 1939, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con l’enciclica «Summi Pontificatus», Pio XII si era schierato apertamente in difesa degli ebrei. E quando era ancora segretario di Stato, aveva pubblicato alcuni articoli dedicati al nazismo su «L’Osservatore Romano», in uno dei quali aveva scritto che il partito di Hitler non è «socialismo nazionale», ma «terrorismo nazionale».

Un capitolo a sé è quello che si occupa della sorte degli ebrei ungheresi deportati nei Lager. Avuta la certezza della terribile fine che attendeva quelle creature, Pio XII giocò la carta dell’ammiraglio Horty, reggente d’Ungheria e a lui devoto, per cercare di salvare 300 mila persone, appunto i componenti della comunità ebraica di quella nazione ancora formalmente indipendente. Le sue note restano quali veri capolavori di diplomazia ma anche di fermezza. Horty trovò la forza di resistere ai «protettori» nazisti, ma fu fatto prigioniero dai tedeschi e obbligato a trasferirsi in Germania. Tutto fu inutile. I prigionieri ungheresi furono sterminati in 15 giorni nelle camere a gas di Auschwitz. Nulla poté fare neppure il Congresso Mondiale Ebraico, anche perché non volle credere, almeno fino al termine del conflitto, alla mostruosa ferocia dei nazisti.

Questi, ed altre decine di elementi di prova della tenace azione svolta dalla Chiesa contro il nazismo non sono bastati a sgomberare il campo dai dubbi e dai sospetti. Così come non sono bastati i dieci libri che suor Margherita Marchione ha dedicato a raccogliere e catalogare le prove del soccorso prestato dal Papa agli ebrei. Il Congresso Mondiale Ebraico ha infatti chiesto alla Chiesa di bloccare la causa di beatificazione di Pio XII, e allo Yad Vashem non è ancora stata rimossa la scritta che lo diffama. Eppure è provato che un milione di ebrei si salvarono grazie alle sue iniziative. A cominciare dai cinquemila nascosti nei conventi, nelle case religiose della capitale e a Castelgandolfo, durante la razzia nazista nei quartieri ebraici di Roma. Ma tanti ebrei, anche famosi, si sono schierati in sua difesa: Albert Einstein, Golda Meir, Martin Gilbert, Michael Tagliacozzo, Gary Krupp, Elio Toaff, William Zuckermann.



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IL PROGRAMMA DEL VEN. PIO XII ATTRAVERSO LA SUA PRIMA ENCICLICA “SUMMI PONTIFICATUS”


di EMILIO ARTIGLIERI

Segretario e Coordinatore del Comitato Papa Pacelli

www.comitatopapapacelli.org

Il Comitato Papa Pacelli, che raccoglie centinaia di esponenti, soprattutto laici, del mondo della cultura, delle professioni, del giornalismo, dell’arte, allo scopo di far meglio conoscere ed apprezzare la figura del Venerabile Pio XII, intende qui celebrare l’atto di Benedetto XVI, che ha autorizzato la promulgazione del Decreto che ne riconosce le virtù eroiche, presentando la sua prima Enciclica, di cui, tra l’altro, è stato celebrato, nello scorso mese di ottobre, il 70° Anniversario.

Come scrive Padre Robert A. Graham in un articolo fondamentale sull’argomento (L’Enciclica “Summi Pontificatus” e i belligeranti nel 1939. Lastrana neutralitàdi Pio XII, in La Civiltà Cattolica a. 135, 1984, vol. IV, pagg. 137-151), “ogni prima Enciclica riveste un interesse particolare giacché, nella natura delle cose, essa è come una specie di programma del nuovo Pontificato. Quanto più ciò era vero nel 1939, quando l’Europa era appena caduta in una nuova guerra fratricida, con la reale possibilità che il conflitto si estendesse ad altri paesi e ad altri continenti. In siffatte circostanze, che altro poteva fare un Papa se non proporre una guida morale ai suoi fedeli dell’uno e dell’altro campo, enunziare principi di carattere sociale e preparare i cuori ad una eventuale onorevole riconciliazione? ……Nella sua analisi, Pio XII prese di mira gli arbitrii da parte dei poteri statali, mise in guardia da una moralità senza Dio ed esaltò la solidarietà del genere umano contro le divisioni introdotte dal razzismo. Concludendo il documento, il Santo Padre non poté evitare di toccare un argomento ‘specifico’; la sorte dei polacchi e della Polonia. I suoi pur concisi rilievi suscitarono particolare irritazione in Germania dove furono considerati come non neutrali…:‘il sangue di innumerevoli esseri innocenti, anche non combattenti, eleva uno straziante lamento specialmente sopra una diletta Nazione, qual è la Polonia, che….. attende fiduciosa nella potente intercessione di Maria Auxilium christianorum, l’ora di una resurrezione corrispondente ai principi della giustizia e della pace’.

Ciò contrastava nettamente – nota ancora Padre Graham – con le crude frasi pronunziate proprio poco prima da Hitler dinanzi al Reichstag. L’allusione alla ‘resurrezione’ ….bastava, dal punto di vista di Berlino, a mostrare come il Papa accettasse la tesi francese, secondo cui la guerra sarebbe finita con la sconfitta della Germania. Forse, nessun altro documento papale negli anni della guerra, fu così importante per dare a conoscere con chiarezza alla pubblica opinione l’atteggiamento di Pio XII” (p. 138).

Ancora da Padre Graham viene sottolineato che “il segno più spettacolare circa il significato che la Summi Pontificatus assunse agli occhi dei contemporanei fu il lancio di migliaia di copie di essa sul territorio tedesco, da parte dell’Aviazione francese……Chi potrebbe ingannarsi – si chiede Padre Graham – nel ritenere che il sostenuto ‘bombardamento’ rifletteva il convincimento dei francesi che l’Enciclica costituisse una buona propaganda antitedesca?” (ibidem, pp. 138-140).

A sua volta l’Inghilterra, tramite il Segretario agli Esteri visconte Halifax dichiarava che il documento papale “dal nostro punto di vista può essere considerato veramente soddisfacente” (ibidem p. 141).

A questo giudizio corrispondeva specularmente quello tedesco, secondo cui - per usare le parole di Reinhard Heydrich, capo dell’ufficio preposto alla sicurezza del Reich: “l’Enciclica è diretta unicamente contro la Germania sul piano ideologico come pure per quanto riguarda il conflitto tedesco-polacco. E’ evidente il pericolo che essa rappresenta per la politica sia interna che esterna” (ibidem p. 143; cfr. M. L. Napolitano, Pio XII tra guerra e pace. Profezia e diplomazia di un Papa (1939-1945), Roma 2002 p. 94).

A parte le parole dei protagonisti, sono comunque i fatti ad indicare come fin da subito fosse risultato ben chiaro l’atteggiamento di Pio XII di diretta opposizione al Terzo Reich.

Gia abbiamo citato il lancio di migliaia di copie del testo da parte dell’Aviazione francese; questo gesto si spiega con la circostanza che da parte tedesca erano stati posti gravissimi ostacoli alla diffusione dell’Enciclica.

Se ne ha, tra l’altro, riscontro da una lettera che il Beato Clemens August von Galen, l’intrepido Vescovo di Münster, indirizzò il 29 gennaio 1940 a Pio XII: “subito dopo aver ricevuto il testo dell’Enciclica di Vostra Santità Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, è stata mia premura fare in modo che il testo integrale di essa fosse riprodotto e distribuito ai miei fedeli. E tuttavia non ho trovato alcuna tipografica il cui titolare ritenesse di poter correre il rischio di provvedere alla stampa del testo dell’Enciclica. A seguito di una richiesta di informazioni inoltrata a Berlino, mi si faceva sapere che, contro la riproduzione e la diffusione dell’intera Enciclica, si sarebbe intervenuti con misure di polizia. Il 15 novembre 1939 la Centrale della Gestapo della città di Münster impartiva e distribuiva ai posti di polizia locali una direttiva, di cui allego copia, che ordinava di sorvegliare la lettura e la diffusione dell’Enciclica nelle Chiese e di denunciare gli ecclesiastici coinvolti” (in S. Falasca, Un Vescovo contro Hitler. Von Galen, Pio XII e la resistenza al nazismo, Cinisello Balsamo 2006, p. 143).

Von Galen continua spiegando come fosse riuscito ad aggirare, almeno in parte, tali inique restrizioni: “e tuttavia, al fine di portare almeno in parte a conoscenza ai fedeli della mia Diocesi gli importanti insegnamenti e le salutari esortazioni di Sua Santità, mi sono permesso di far uso, nella Lettera Pastorale per la Quaresima qui acclusa, di ampie citazioni tratte dall’Enciclica” (ibidem).

La soluzione adottata da von Galen, di inserire ampie citazioni dell’Enciclica nelle Lettere Pastorali per la Quaresima del 1940, fu seguita anche dagli altri Vescovi tedeschi, tranne che dall’Arcivescovo di Friburgo, Mons. Gröber, il quale commentò direttamente il documento papale dal pulpito nella notte di San Silvestro del 1939, ricevendo per questo una lode esplicita da parte di Pio XII e suscitando l’ira del già citato Heydric (cfr. R. A. Graham, art. cit., p. 147).

Ma, oltre al riferimento alla situazione polacca, quali erano i contenuti dell’Enciclica che apparivano chiaramente un attacco diretto alla politica nazista?

Pio XII considerava il conflitto appena scoppiato come la conseguenza di errori nefasti consolidatisi nel tempo.

Il primo errore – scrive l’Enciclica – e che anzi rappresenta “la radice profonda ed ultima dei mali che deploriamo della società moderna”, è “la negazione e il rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale sia della vita sociale e delle relazioni internazionali”; il secondo errore consiste nell’oblio della legge di carità, cioè nella “dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità che viene imposta e dettata sia dalla comunanza di origine e dalla eguaglianza della natura razionale di tutti gli uomini, a qualunque popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione offerto da Gesù Cristo sull’Ara della Croce al Padre Suo celeste in favore della umanità peccatrice”.

Infine, il terzo errore è costituito – secondo Pio XII - da quelle concezioni “le quali non dubitano di sciogliere l’autorità civile da qualsiasi dipendenza dall’Ente Supremo, causa prima e signore assoluto sia dell’uomo che della società, e da ogni legame di legge trascendente, che da Dio deriva come da fonte primaria, e le concedono una facoltà illimitata d’azione, abbandonata all’onda mutevole dell’arbitrio o ai soli dettami di esigenze storiche contingenti e di interessi relativi”.

Sono queste, secondo la lezione pacelliana, le grandi fratture operate nel corpo della vita sociale e che hanno preparato da tempo le condizioni ambientali favorevoli allo scoppio del conflitto armato.

Si è rotto, infatti, il senso di una vera moralità che non fosse solo degli individui, ma anche degli Stati; si è infranto il vincolo della carità soprattutto con la diffusione di quelle dottrine razziali che, spezzando la fondamentale unità del genere umano e intaccando il vincolo della paternità di Dio, hanno permesso il ripetersi del gesto di Caino, assalitore e uccisore del proprio fratello; si è voluto infine emancipare lo Stato da Dio, costituendolo di conseguenza come fine ultimo e supremo dei cittadini, come arbitro della legge e della moralità, come dotato di una autorità assoluta e in nessun modo e da nulla limitata, così da negare, insieme con i diritti di Dio quegli degli uomini, così da violare fin l’intimo recesso delle coscienze, così da invadere il campo sacro della famiglia, mentre nei rapporti fra i popoli si apriva la via alla violazione del diritto altrui e si rendeva sempre più difficile l’intesa e la pacifica convivenza delle nazioni.

Non è chi non veda (e infatti, dall’una e dall’altra parte così fu ben vista) nello sviluppo delle argomentazioni di Pio XII una esplicita condanna del totalitarismo nazista e del paganesimo “corrotto e corrompitore”, che, grazie ad esso, tentava di risorgere, distruggendo quanto restava della civiltà cristiana, soprattutto in ordine al riconoscimento dell’unità della famiglia umana sotto la legge della carità.

E se le parole non fossero bastate, Pio XII le fece immediatamente seguire da un “fatto”.

L’Enciclica uscì il 27 ottobre 1939; rientrato da Castelgandolfo nella Città del Vaticano il 28 ottobre, Papa Pacelli conferiva il giorno dopo, festa di Cristo Re, nella Basilica di San Pietro, la consacrazione episcopale a 12 Vescovi missionari di varie nazioni e stirpi, fra cui 4 indigeni, riaffermando in tal modo l’universalità della Chiesa romana.

Nell’omelia pronunciata durante questo sacro rito, Pio XII sottolineava che “mentre il desiderio di cose terrene, gli odi intestini e le gelosie troppo spesso scindono e dividono gli animi degli uomini, la Chiesa di Dio, Madre amantissima di tutti i popoli, abbraccia con immensa carità tutta l’umana famiglia, senza distinzione di stirpe e di grado, e provvede, sia con la preghiera che con l’opera esterna, alla salvezza e alla vera felicità di tutti” (riportato in L’opera della Santa Sede per la pace. Nel I Anniversario di Pontificato di S. S. Pio PP. XII. Testi e documenti, Milano 1940 p. 94).

Sarebbe questo il Papa “di Hitler”?

Non solo affermare ciò è follia, ma anche il non negarlo vigorosamente rappresenterebbe quasi una beffarda rivincita di coloro che ben a ragione si erano sentiti colpiti dalle inequivocabili parole del programma pacelliano, ispirato a principi di giustizia, di pace e di fratellanza universale, programma che ha ispirato tutto il suo – oggi così, grazie a Benedetto XVI, possiamo sicuramente definirlo - “eroico” Pontificato, soprattutto negli anni terribili della guerra.



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